


Girolamo di Stridone (347–419)), che visse l’ultima parte della sua vita a Betlemme in una grotta, accanto a quella dove nacque Gesù, nel 386 scrisse a Marcella, a nome di Paola ed Eustochio, illustrandole il fascino della Terra Santa ed esortandola a lasciare Roma e ad unirsi ai suoi vecchi amici a Betlemme: <<Sarebbe troppo lungo elencare anno per anno, dall’Ascensione del Signore e fino ad oggi, tutti i vescovi, i martiri e le persone esperte in dottrina ecclesiastica, che sono venuti a Gerusalemme, nella convinzione che, mancando qualcosa alla loro fede e alla loro scienza, non avrebbero potuto conseguire – a dir così – il massimo della perfezione, se non avessero adorato Cristo in quegli stessi luoghi nei quali il Vangelo aveva cominciato a risplendere dalla Croce… Le persone più rappresentative in tutto il mondo qui si ritrovano insieme… Dalla Gallia i migliori vengono qui, i Britanni… se hanno progredito nella vita spirituale, abbandonano la loro terra… e raggiungono questo luogo, che conoscono solo per fama e per tramite le Scritture. E che dire degli Armeni, dei Persiani e delle popolazioni dell’India, dell’Etiopia, del vicino Egitto ricco di monaci, del Ponto, della Cappadocia, della Celesiria, della Mesopotamia e di tutti gli altri paesi dell’Oriente?>> (Ep. 46.9-10).
Sono ben pochi gli scritti patristici composti da mano femminile che possiamo leggere, a prescindere da qualche lettera di vergini, pervenutaci tramite epistolari maschili. Faltonia Betizia Proba, una dama dell’alta nobiltà romana, intorno al 367/370 compose un Carmen sacrum, in esametri virgiliani, che canta i momenti salienti della storia della salvezza. Dobbiamo ricordare e soffermarci, però, sul racconto straordinario di un pellegrinaggio in Terra Santa, l’Itinerarium Egeriae, realizzato da una donna dal 381 al 384.
Questo manoscritto, l’Aretinus VI,3, redatto nell’abbazia di Montecassino nell’XI sec., che lascia ancora oggi molti problemi irrisolti, è stato scoperto nel 1884 dallo storico e archeologo Gian Francesco Gamurrini (1835–1923) nella biblioteca della Fraternità Laica di Santa Maria ad Arezzo. Quest’opera, che si presenta come il diario di un anonimo, che ha fatto un pellegrinaggio nell’Oriente cristiano, pur essendo mutilo al principio e alla fine, si articola in due parti: la prima è il diario, che descrive quattro itinerari compiuti da una pellegrina: in primo luogo il Sinai, <<la montagna santa, la montagna di Dio>> (1,2) da dove <<scorgevano… l’Egitto, la Palestina, il Mar Rosso, il Mare Partenico che si estende tra l’Egitto e Cipro>> (4,7), con il Roveto Ardente dove Dio disse a Mosè: <<Sciogli i lacci dei tuoi calzari, perché il luogo nel quale stai è terra santa
(Es 3,5)>> (3,5); nella penisola Arabica con ritorno a Gerusalemme, attraverso l’Egitto; poi al Monte Nebo, <<da dove era visibile una grandissima parte della Palestina e anche la regione del Giordano>> (12,5), e dove Mosè morì e <<fu deposto dagli angeli…fino a tutt’oggi non si mostra la tomba dove fu sepolto>> (12,2); e poi ancora in Idumea, a Carneas, paese di Giobbe; e infine in Mesopotamia, l’attuale Irak. Un viaggio, quest’ultimo, nei luoghi che ricordano Abramo e la sua uscita da Ur dei Caldei, e che vede la pellegrina passare attraverso le città di Antiochia, Batnis, Edessa, Charris, per poi tornare a Costantinopoli, dopo aver percorso da sud a nord l’Asia Minore, passando per Tarso, la città natale di san Paolo, per Seleucia di Isauria e per Maalula per <<giungere a S. Tecla e pregare presso la tomba della Martire, dopo aver letto gli Atti di Santa Tecla>> (23,1.5), e da qui, prima lungo la costa e poi per via interna nelle regioni della <<Cappadocia, della Galazia e della Bitinia>>, per giungere a Calcedonia, dove si fermò <<per visitare il famosissimo martyrium di santa Eufemia>> (23,9) e, finalmente, a Costantinopoli, la seconda Roma, capitale dell’Oriente.
Tutto il racconto, ricco di notizie topografiche, geografiche e archeologiche, ci fornisce una quantità eccezionale di dati concernenti fiumi, province, regioni, centri abitati, città fortificate, monti, valli, strade, mansiones (cioè posti di sosta lungo le strade), monasteri, monumenti, rovine, tombe dedicate a martiri, chiese e basiliche; inoltre ci dà notizie di personaggi, di usi e di abitudini. Non meno interessanti sono i cenni al numero delle tappe di viaggi perché consentono di ripercorrere con precisione il cammino fatto e le distanze coperte, qualche volta con la misura del giorno. Non manca qualche bella descrizione dei luoghi: la terra di Gessen, lungo le rive del Nilo in Egitto, si snoda <<tra viti che producono vino e viti che producono balsamo, tra frutteti, campi ben coltivati e giardini bellissimi… tra poderi molto fertili che un tempo erano stati luoghi di residenza dei figli di Israele>> (9,4).
L’autrice menziona pure i mezzi usati per procedere o in sella ad una cavalcatura o a piedi: <<Aiutata dalle preghiere degli uomini santi che ci accompagnavano - scrive la pellegrina - procedevo con grande fatica, poiché era necessario che salissi a piedi … pur tuttavia non avvertivo la stanchezza… perché vedevo compiersi il desiderio che avevo, secondo la volontà di Dio. Pertanto all’ora quarta giungemmo alla sommità della montagna santa di Dio, il Sinai, là dove è stata data la Legge, ossia là dove discese la Maestà del Signore, nel giorno in cui il monte fumava tutto>> (3,2). Per la salita al Nebo, dopo essersi ristorati nel monastero con <<l’acqua che il santo Mosè diede ai figli di Israele in questo deserto… continuammo il nostro cammino verso il monte. Anche molti di quei santi monaci che vivevano nei pressi dell’acqua… si degnarono di fare con noi l’ascensione al monte Nebo… per la maggior parte… al dorso d’asino. Solo un piccolo tratto era troppo scosceso e lo si doveva affrontare a piedi, faticosamente; e così anche noi lo facemmo>>
(11,2-4).
Nella seconda parte del diario, Egeria riporta la liturgia cristiana celebrata a Gerusalemme e l’istruzione che in quella Chiesa veniva impartiva a coloro che entravano a far parte della comunità ecclesiale. Un dato importante, che dà modo di stabilire il tempo del soggiorno di Egeria a Gerusalemme, sarebbe il riferimento al vescovo di quella Comunità, Cirillo (+387), autore delle Catechesi battesimali e mistagogiche, indirizzate ai catecumeni e ai neobattezzati della sua Chiesa. L’autrice si sofferma dapprima a parlare del ritmo della settimana, con gli Uffici delle singole Ore, per poi rivolgersi all’anno liturgico, scandito dalle grandi feste che ripercorrono nei dodici mesi i fatti salienti della vita di Cristo: dall’Epifania (25,6), giorno nella quale in Palestina in quel tempo si faceva memoria dell’incarnazione del Verbo e quindi della nascita di Gesù, alla Presentazione al Tempio (26), dalla Quaresima (27) alla “Grande Settimana” (30), dalla Pasqua (39) all’ottava di Pasqua (40), dalla Pentecoste (43) al tempo liturgico che la segue (44). Feste celebrate in tutte le Chiese, ma che, a seconda dei luoghi e delle diverse tradizioni, assumevano caratteri differenti, come dimostra la descrizione fatta da Egeria per Gerusalemme. Per i giorni che seguivano immediatamente la Pasqua vengono nominati espressamente gli edifici in cui avevano luogo le liturgie, non solo della città, ma anche di Betlemme; sono descritte le processioni che ogni giorno avvenivano, le preghiere recitate, gli inni cantati, i passi evangelici che quotidianamente il vescovo e i suoi sacerdoti leggevano con i neofiti, cioè con coloro che erano stati appena battezzati, e i luoghi in cui avvenivano.
Una parte del testo è dedicata ai contenuti e alle circostanze della preparazione al Battesimo, a Gerusalemme. Precisamente sono date informazioni sui momenti più significativi del catecumenato, che si svolgeva durante la Quaresima e la “Grande Settimana”, a cui seguivano, dopo il rito d’iniziazione, le catechesi post-battesimali per svelare al neofita <<i misteri più segreti di Dio>> (46,6), cioè l’ordinamento dei Sacramenti perché, prima di ascoltare la spiegazione relativa, occorreva averne esperienza.
Al di là dei tanti interrogativi che rimangono aperti, ci troviamo dinanzi ad un testo che offre una serie di dati e di notizie che ci danno la possibilità di conoscere la vita di quel tempo, i modi dei viaggi, i costumi degli uomini, in certi tratti l’aspetto del territorio, naturale e umano, l’organizzazione delle Chiese dell’Oriente cristiano, i loro riti, le loro feste, le loro preghiere. Questo scritto ci offre pure tanti indizi circa la psicologia di chi lo ha redatto: innanzi tutto ci mostra una donna che gode di una notevole libertà e indipendenza per il tempo in cui vive e per il sesso a cui appartiene. E’ dinamica e vuole conoscere, constatare, toccare con mano, generosa nei rapporti con gli altri, non frenata dalle difficoltà e dalla fatica, anzi da queste stimolata.
Di questo diario ci rimane tutto il valore di un testo molto antico, scritto probabilmente a Gerusalemme nel 384, mentre l’autrice aveva in animo di intraprendere un nuovo viaggio, <<nel nome di Cristo nostro Dio>>, verso Efeso <<per pregare sul martyrium del santo e beato apostolo Giovanni>> (23,10).
Efeso, la tomba di San Giovanni Evangelista
L’Itinerarium Egeriae, che è il diario di un pellegrinaggio e non di un viaggio, per le condizioni materiali in cui si è svolto e per la sua stessa durata, necessitava di larghi mezzi finanziari. L’autrice, probabilmente una vergine consacrata, appartenente ad una classe sociale elevata, ovunque arrivava era ricevuta con riverenza e ancor più, come essa stessa scrive, veniva dotata anche di una scorta militare in qualche punto insicuro del suo pellegrinaggio: <<Da Clysma, ossia dal Mar Rosso, fino alla città d’Arabia, vi sono quattro tappe da fare attraverso il deserto; un deserto dove tuttavia di tappa in tappa si trovano distaccamenti di soldati e ufficiali che ci scortavano sempre da un forte all’altro (7,2)… Da quel luogo congedammo i soldati che ci avevano fatto da scorta in nome dell’autorità romana, fin tanto che avevamo camminato per luoghi insicuri; ma ora non era più necessario incomodare i soldati, poiché la via che attraversa la città dell’Arabia, conducendo dalla Tebaide, (il deserto dove era vissuto il grande anacoreta Antonio (251- 357) a Pelusio, è una via pubblica dell’Egitto>> (9,3).
Circa la nazionalità di Egeria, che probabilmente era originaria della Spagna, per il Gamurrini e altri dopo di lui, che si facevano forti di un’osservazione del diario relativa al modo impetuoso con cui scorre l’Eufrate, paragonato al Rodano, ritennero di identificarla con una donna originaria della Gallia del sud o che almeno le persone a cui era destinato il suo testo conoscessero il Rodano e non abitassero lontano dal <<grande fiume Eufrate… che scorre impetuoso allo stesso modo del fiume Rodano, con la differenza che l’Eufrate è ancora più grande>> (18,2).
Nei primi anni del secolo scorso, con la valorizzazione di una lettera del 680, indirizzata dal monaco Valerio ai confratelli di un monastero benedettino, forse di san Pietro in Montes, nella regione del Briezio, l’attuale distretto di Leon in Galizia, <<viene celebrata una vergine famosa ed evocati le peregrinazioni da lei condotte in Oriente>>.
Gli studi hanno permesso di stabilire che la lettera sicuramente fa riferimento alla beatissima sanctimonialis Egeria, espressamente nominata con molteplici forme del nome (Egeria, Eiheria, Echeria…). Questa donna eccezionale è stata sempre mossa dal desiderio di conoscere di persona i luoghi della storia sacra, e, più ancora, di percorrere materialmente le grandi tappe dell’historia salutis che sempre continua nel tempo della Chiesa.
Questa mia presentazione della “Grande Settimana” a Gerusalemme, che ho supportato con alcune immagini dei luoghi che Egeria ha visto nel IV secolo, e dove io sono stato ben nove volte dagli anni ‘80 al luglio 2012 e dove ho incontrato nello Studium Biblicum Franciscanum (SBF) alcuni dei grandi archeologi che hanno lavorato tutta la vita in Terra Santa: I padri francescani Bellarmino Bagatti (1905-1990), Virgilio Corbo (1918-1991) e Michele Piccirillo (1944-2008), mentre padre Pierbattista Pizzaballa, un eminente francescano, era Custode di Terra Santa, (dal 2004 al 2016), che ha sempre favorito il dialogo ecumenico e interreligioso in Medio Oriente, vuole essere innanzitutto uno stimolo per tutti noi a intraprendere un pellegrinaggio nei luoghi dove si è realizzata la nostra salvezza. Questo itinerario di fede, a cui Gesù ci invita: <<Venite e vedrete>> (Gv 1,38-39), e che a volte è in salita, deve portare ciascuno di noi, prima di vedere e toccare con mano i luoghi dell’Antico e del Nuovo Testamento, ad un cammino interiore di conversione del cuore per aprirlo incondizionatamente all’amore per Dio e per i fratelli.
In questa Pasqua dell’Anno del Signore 2026, mentre la Terra Santa vive la tragedia della guerra, rendendo impossibile così ogni forma di pellegrinaggio, mi pare giusto far conoscere le celebrazioni della “Settimana Santa” a Gerusalemme, cosi come le ha vissute e raccontate la pellegrina Egeria nel IV sec. nel suo Itinerarium a cominciare dalla Domenica delle Palme:
30.1. Il giorno dopo, con cui la settimana di Pasqua, che si chiama <<Grande Settimana>>, celebrate le funzioni come di consueto all’Anastasis e alla Croce dal canto del gallo fino al mattino, la domenica mattina dunque ci si riunisce secondo il solito alla chiesa maggiore, chiamata Martyrium (si chiama così perché si trova sul Golgota, vale a dire dietro la Croce, dove il Signore ha sofferto la passione e perciò ha il nome di Martyrium).
2. Quando nella chiesa maggiore sono state compiute tutte le celebrazioni, seguendo l’uso abituale, prima del congedo l’arcidiacono leva la sua voce e dice: <<Durante quest’intera settimana, a partire da domani all’ora nona, riuniamoci tutti al Martyrium, cioè alla chiesa maggiore>>. Questi poi eleva la voce un’altra volta per dire: <<Oggi all’ora settima, siamo tutti presenti all’Eleona>>.
3. Avvenuto il commiato alla chiesa maggiore, ossia al Martyrium, si accompana il vescovo fino all’Anastasis con inni e qui, avendo compiuto tutto ciò che è consuetudine fare all’Anastasis di domenica dopo il congedo al Martyrium, tutti si affrettano a casa per mangiare, in modo da essere presenti all’inizio dell’ora settima nella chiesa dell’Eleona, quella che si trova sul Monte degli Ulivi dove c’è la grotta in cui insegnava il Signore.
31.1. Dunque all’ora settima tutto il popolo sale al Monte degli Ulivi, ossia all’Eleona, alla chiesa. Il vescovo prende posto, si dicono inni e antifone appropriati al giorno e al luogo, come lo sono le letture. Appena iniziata l’ora nona, subito si raggiunge con inni l’Imbomon, luogo da cui il Signore ascese al cielo, e là ci si siede: infatti tutto il popolo, sempre alla presenza del vescovo, è invitato a sedersi. Solo i diaconi rimangono sempre in piedi. Anche qui si dicono inni e antifone appropriati al giorno e al luogo, e lo stesso si fa per le letture che si intercalano e le preghiere.
2. Allorché comincia l’ora undicesima, si legge il brano evangelico in cui i bambini con rami e con palme vanno incontro al Signore, dicendo: <<Benedetto colui che viene nel nome del Signore>>. Subito il vescovo si alza in piedi e così il popolo. Poi dall’alto del Monte deli Ulivi si fa a piedi l’intero cammino. Tutto il popolo procede davanti al vescovo con inni e antifone, rispondendo sempre: <<Benedetto colui che viene nel nome del Signore>>.
3. Tutti bambini del luogo, a anche quelli che non sanno ancora camminare perché troppo piccoli e che sono portati a cavalcioni dai genitori, tutti hanno dei rami, chi di palma, chi di ulivo; così la folla accompagna il vescovo nello stesso modo in cui quel giorno venne accompagnato il Signore.
4. Dall’alto del monte fino alla città e di qui, attraversandola tutta, fino all’Anastasis tutti quanti fanno il percorso interamente a piedi, anche se vi sono dame o personaggi insigni. In tal maniera scortano il vescovo rispondendo ai salmi. Così, procedendo piano piano perché la gente non si affatichi, si arriva all’Anastasis che è già sera. Giunti là, benché si tardi, si celebra il lucernare, si fa ancora una preghiera alla Croce e si rimanda il popolo.
Il lunedì
32.1. Il giorno seguente, cioè il lunedì, come di consueto all’Anastasis si svolgono le funzioni del canto del primo gallo fino al mattino; e così alla terza e alla sesta ora si fa come durante tutta la Quaresima. All’ora nona poi tutto il popolo si riunisce nella chiesa maggiore, il Martyrium, e quio ininterrottamente fino alla prima ora della notte si recitano inni e antifone, si fanno letture appropriale al giorno e al luogo, sempre alternandole con preghiere-
2, Anche il lucernare si celebra qui, quando viene l’ora, in modo che è notte quando avviene il commiato al Martyrium,. Avvenuto il quale, partendo di là si accompagna il vescovo all’Anastasis, con inni. Quando egli è entrato all’Anastasis, si dice un inno, si recita una pregiera, si benedicono i catecumeni e poi i fedeli e si fa il congedo.
Il martedì
33.1. Il martedì tutte le funzioni sono come il lunedì. La sola cosa che si fa in in più il martedì è che, a notte inoltrata, dopo il commiato al Martyrium è l’andata all’Anastasis, tutti quanti, a quell’ora della notte, vanno alla chiesa che è sul monte Eleona.
2. Come si arriva alla chiesa, il vescovo entra nella grotta in cui il Signore solitamente insegnava ai discepoli, prende il libro dei Vangeli e stando in piedi legge eli stesso le parole del Signore scritte nel Vangelo secondo Matteo, là dove dice: Guardatevi affinché nessuno vi seduca; e il vescovo lee fino alla fine tutto il discorso. Terminata la lettura si recita una preghiera, si benedicono i catecumeni e poi i fedeli, si fa il commiato e ciascuno ridiscende dal monte e rientra a casa, essendo ormai molto tardi nella notte.
Il mercoledì
34. Anche il mercoledì per tutta la giornata a partire dal canto del primo gallo le funzioni sono tutte come il lunedì e il martedì, ma dopo che è stato dato il commiato, nella notte, al Martyrium, e il vescovo è stato accompagnato all’Anastasis con inni, subito questi entra nella grotta che si trova nell’Anastasis e rimane in piedi dietro i cancelli, mentre un sacerdote prende il Vangelo e legge quel brano dove Giuda Iscariota si presentò ai Giudei e fissò la somma che dovevano dargli perché consegnasse il Signore. Allorché è letto questo brano, tanti sono i gemiti e le rida di tutti i presenti che non c’è nessuno in quel momento che possa non essere commosso fino a piangere. Dopo di ciò si dice una preghiera, si benedicono prima i catecumeni poi i fedeli, e ha luogo il commiato.
Il giovedì
35.1 Il giovedì poi le funzioni si svolgono secondo il solito all’Anastasis dal canto del primo gallo fino al mattino; e così a terza e a sesta. All’ora ottava, secondo la consuetudine tutti si radunano al Martyrium, più presto però che negli altri giorni, giacché occorre che il commiato sia fatto più tempestivamente. Pertanto, allorché tutto il popolo è radunato, il rito si svolge così come si deve fare. Quel giorno l’offerta avviene al Martyrium e il commiato ha luogo intorno all’ora decima. Ma prima che sia fatto il commiato, l’arcidiacono eleva la sua voce e dice: <<All’ora prima della notte raduniamoci tutti nella chiesa dell’Eleona, perché un faticoso impegno ci attende in questa notte>>.
35.2. Avvenuto dunque il commiato al Martyrium, si va dietro la Croce, si dice un solo inno, si fa una preghiera e qui il vescovo compie l’offerta e tutti si comunicano. Infatti, eccettuato quest’ultimo giorno, durante tutto l’anno non si fa mai l’offerta dietro la Croce: solo in questo giorno. Quando dunque anche là è avvenuto il congedo, si va all’Anastasis, si recita una preghiera , come d’abitudine si benedicono i catecumeni e poi i fedeli e c’è il commiato.
Quindi tutti in gran fretta ritornano a casa a mangiare, perché subito dopo aver mangiato tutti quanti vanno all’Eleona nella chiesa dove c’è la grotta in cui il Signore stette quel giorno con gli Apostoli.
3. E qui, fin quasi alla quinta ora circa della notte senza interruzioni si dicono inni e antifone e letture appropriate al giorno e al luogo, si alternano preghiere, si leggono i brani del Vangelo in cui il Signore, in quel giorno, nella grotta medesima, che ora è dentro la chiesa, si intrattenne parlando con i discepoli.
4. Di là, poi, verso l’ora sesta della notte con ini si sale all’Imbomon, nel luogo da cui il Signore acese al cielo. Nuovamente qui si fanno letture, inni antifone sempre intonate al giorno; come del resto tutte le preghiere che il vescovo dice sono sempre appropriate al giorno e al luogo.
36.1. Così, quando incomincia il canto dei galli, si ridiscende dall’Imbomon con inni e si giunge proprio nel luogo in cui pregò il Signore come è scritto nel Vangelo. E avanzò tanto quanto un tiro di sasso e pregò, con quello che segue. Ivi sorge una bella chiesa. Il vescovo vi entra insieme a tutto il popolo: viene fatta una preghiera intonata al luogo e al giorno, si dice anche un inno appropriato e viene letto il brano del Vangelo dove il Signore dice ai suoi discepoli: Vegliate per non entrare in tentazione. Il passo è letto per intero, poi nuovamente si fa una orazione.
2. Di là poi, tutti con inni, fino al bambino più piccolo, insieme al vescovo, discendono a piedi al Getsemani. Essendo le persone in rande numero e stanche per le velie e indebolite dai digiuni quotidiani, dato che si deve discendere da un monte tanto grande, si va al Getsemani adagio adagio, con inni. Più di 200 ceri in chiesa sono disposti in modo da rischiarare tutta la folla.
3. Giunti al Getsemani, dapprima si fa una orazione appropriata, si dice un inno, poi si dice un inno, poi si legge il passo del Vangelo là dove si racconta della cattura del Signore. Alla lettura di questo passo tante sono le grida, tanti i gemiti del popolo in pianto che i lamenti della moltitudine giungono fin quasi alla città. Da quel momento ci si avvia verso la città a piedi, con inni, e si giunge alla porta nell’ora in cui si incomincia a riconoscere; poi, all’interno della città, tutti quanti, nessuno escluso, grandi e piccoli, ricchi e poveri, sono là presenti: nessuno si sottrae, specialmente in quel giorno, dal partecipare alle veglie fino al mattino. Così si accompagna il vescovo dal Getsemani fino alla porta e di qui, attraversando l’intera città, fino alla Croce.
4. Come si giunge davanti alla Croce, incomincia ormai a farsi giorno. Là si legge nuovamente il Vangelo, quel brano in cui il Signore è condotto davanti a Pilato: ciò che. secondo la Scrittura, Pilato ha detto al Signore e ai Giudei, si legge interamente.
5. Poi il vescovo rivolge la parola al popolo incoraggiandolo, dato che per tutta la notte si è affaticato e ancora si affaticherà nel giorno che viene, perché non si scoraggi, ma riponga la speranza in Dio pronto a ripagare quella fatica con una ricompensa più grande. Confortandoli così come meglio può, rivolge loro queste parole: <<Ora andate, per un poco, ciascuno alla propria casa, riposatevi per qualche momento, e verso la seconda ora del giorno siate di nuovo tutti presenti qui, in modo che da quell’ora fino a sesta possiate vedere il santo legno della croce, credendo che questo gioverà alla salvezza di ciascuno di noi. Dall’ora sesta dobbiamo ritrovarci nuovamente tutti in questo luogo, davanti alla Croce, per dedicarci fino a notte alle letture e alla preghiera>>.
Il venerdì
37.1 Dopo di ciò, quando alla Croce è avvenuto il congedo, prima che il sole si levi, pieni di ardore subito tutti vanno a Sion per pregare davanti alla colonna contro la quale fu flagellato il Signore. Poi si ritorna a casa per un poco a riposare e tosto si è pronti. Si pone una cattedra per il vescovo dietro la Croce, dove egli si trova in quel momento. Il vescovo siede sulla cattedra, davanti a lui si mette un tavolo coperto da un telo di lino, i diaconi sono in piedi intorno al tavolo: viene portata una cassetta d’argento dorato in cui c’è il santo legno della croce, la si apre e la si espone. Si mette sul tavolo il legno della croce e l’iscrizione.
2. Dopo averli posti sul tavolo, il vescovo stando seduto appoggia le mani alle estremità del santo legno e i diaconi, in piedi tutt’intorno, sorvegliano. Il motivo della sorveglianza è questo: è usanza che ad uno ad uno tutti quanti si avvicinano, sia i fedeli che i catecumeni, e chinandosi sul tavolo bacino il santo legno e poi passino avanti: ora, si narra che, non so quando, un tale con morso abbia portato via un frammento del santo legno: per questo motivo i diaconi che stanno all’intorno, fanno attenzione che qualcuno, venendo vicino, non osi ripetere quel gesto.
3. Così tutti quanti sfilano lì dinanzi ad uno ad uno: si chinano, toccano prima la fronte poi con li occhi la croce e l’iscrizione, poi baciano la croce e passano oltre ma nessuno la tocca con le mani. Dopo aver baciato la croce ed essere passati oltre un diacono in piedi tiene l’anello di Salomone e l’ampolla per l’unzione dei re. Baciano ance l’ampolla, venerano l’anello… Fino all’ora sesta tutto il popolo procede in fila entrando da una porta e uscendo da un’altra: questa cerimonia si tiene nel luogo dove il giorno prima, il giovedì, è stata fatta l’offerta.
4. Quando poi viene l’ora sesta, si va davanti alla Croce, sia che piova sia che faccia molto caldo: il luogo è allo scoperto, si tratta di una sorta di atrio molto spazio e bello, che si trova tra la Croce e l’Anastasis. Qui dunque si riunisce il popolo, ammassandosi in modo tale che non si possono più aprire le porte.
5. Per il vescovo si sistema una cattedra davanti alla Croce e dalla sesta alla nona ora non si fa altro ce leggere le Scritture in quest’ordine: innanzi tutto dai Salmi si leggono i passi che si riferiscono alla passione, poi li scritti deli Apostoli, sia dalle Lettere che dagli Atti, tutti i brani che parlano della passione del Signore, e così pure dai Vangeli là dove si racconta della medesima. In seguito si leggono nei Profeti i passi nei quali è predetto che il Signore avrebbe sofferto, infine nei Vangeli quelli dove si parla della passione.
6. Così ininterrottamente dalla sesta alla nona si fanno letture e si recitano inni per insegnare a tutto il popolo che quanto i Profeti hanno predetto che sarebbe accaduto riguardo alla passione del Signore si è realizzato, come dimostrano i Vangeli e gli scritti degli Apostoli. Pertanto, durante quelle tre ore tutto il popolo impara che nulla è avvenuto che non fosse stato predetto e che nulla è stato detto che non si sia compiutamente avverato. Sempre poi si intercalano preghiere che sono appropriate al giorno.
7. Ad ogni lettura, ad ogni preghiera l’espressione dei sentimenti e il pianto di tutto il popolo è tale da destare ammirazione; non c’è nessuno, né grande né piccolo, che in quel giorno durante quelle tre ore non pianga in modo indicibile, per il fatto che il Signore ha sofferto quelle cose per noi. Dopo di ciò, quando inizia l’ora nona, viene letto il Vangelo di Giovanni dove si narra che il Signore rese lo spirito; compiuta la lettura fi fa pure una preghiera e c’è il congedo.
8. Ma, dopo il congedo davanti alla Croce, subito tutti si riuniscono nella chiesa maggiore, al Martyrium, ove si celebrano i riti che è consuetudine celebrare in questa settimana a cominciare dall’ora nona, quando appunto tutti si radunano al Martyrium, fino a sera. Dopo il commiato, si va all’Anastasis. Giunti là, viene letto il passo del Vangelo in cui Giuseppe richiede a Pilato il corpo del Signore e lo depone in un sepolcro nuovo. Letto questo passo, si dice una preghiera, si benedicono i catecumeni, poi i fedeli, e così ha luogo il commiato. In quel giorno non si è fatto l’invito di continuare la vigilia all’Anastasis, perché si sa che la gente è molto stanca: però c’è ugualmente la consuetudine di continuare in quel luogo. Così chi vuole o, meglio, chi può, veglia ancora. Chi invece non se la sente, non rimane fino al mattino; da parte loro i membri del clero seguitano a vegliare, almeno chi è più forte o più giovane, così durante tutta la notte fino al mattino si dicono inni e antifone. Una folla immensa non cessa di vegliare, alcuni dalla sera, altri dalla metà della notte, secondo le forze.
Il sabato
38.1. Il giorno dopo, sabato, all’ora terza e poi all’ora sesta si fa come al solito, ma all’ora nona non si celebra l’ufficio; si prepara invece la vigilia pasquale nella chiesa maggiore, il Martyrium. La vigilia pasquale si fa nello stesso modo che da noi; una sola cosa si aggiunge, ed è questa: i neofiti, dopo essere stati battezzati e rivestiti, quando escono dal fonte battesimale, sono condotti, insieme al vescovo, innanzi tutto all’Anastasis.
2. Il vescovo entra all’interno dei cancelli dell’Anastasis, si dice un inno, poi eli pronuncia per loro una preghiera e viene insieme a loro nella chiesa maggiore dove, secondo la consuetudine, il popolo veglia. Qui si fa tutto secondo la consuetudine, il popolo veglia. Qui si fa tutto secondo la consuetudine, come si fa anche da noi e, compiuta l’offerta, ha luogo il congedo. Dopo l’ufficio della veglia nella chiesa maggiore, si viene subito all’Anastasis con inni, e qui si legge nuovamente il brano del Vangelo sulla risurrezione, si recita una preghiera, poi il vescovo fa di nuovo l’offerta, ma tutto questo avviene rapidamente perché il popolo non sia trattenuto troppo a lungo; e così lo si conceda. L’ora in cui ha luogo il congedo dall’ufficio della vigilia in quel giorno è la stessa che da noi.
Le feste della Pasqua
39.1 Le feste della Pasqua si svolgono durante otto giorni, come da noi e le funzioni negli otto giorni di Pasqua hanno luogo di regolarmente, come dappertutto, fino all’ottava. Qui però, durante gli otto giorni pasquali, c’è lo stesso splendore e ci sono gli stessi addobbi che per l’Epifania tanto nella chiesa maggiore quanto all’ Anastasis e pure alla Croce, all’Eleona, a Betlemme, al Lazarium, perché sono giorni pasquali.
2. Nel primo giorno, la domenica, si va in processione alla chiesa maggiore, il Martyrium, e così il lunedì e il martedì; sempre , dopo il congedo dal Martyrium, si vene all’ Anastasis con inni. Al mercoledì si va in processione all’Eleona, giovedì all’Anastasis, venerdì a Sion, sabato davanti alla Croce e domenica, che è l’ottava di Pasqua, si va nuovamente alla chiesa maggiore, cioè al Martyrium.
3. Inoltre, durante gli otto giorni pasquali, quotidianamente dopo il pranzo il vescovo con tutti i sacerdoti e con i neofiti, ossia con quelli che sono stati battezzati, con tutti gli apotattiti, uomini e donne, e con chi tra i fedeli lo desidera, sale all’Eleona. Si dicono inni, si recitano orazioni sia nella chiesa dell’Eleona, in cui si trova la grotta dove Gesù insegnava ai suoi discepoli, sia all’Imbomon, nel luogo in cui il Signore ascese al cielo.
4. Dopo che sono stati recitati i salmi ed è stata detta una preghiera, si discende all’Anastasis con inni all’ora del lucernare; questo avviene per otto giorni consecutivi. Ma la domenica di Pasqua, dopo il congedo dal lucernare, all’Anastasis, tutto il popolo scorta il vescovo con inni fino a Sion,
5.Come si giunge là, vengono recitati inni appropriati ai giorni e al luogo, si dice una preghiera ed è letto quel passo del Vangelo in cui nel medesimo giorno il Signore, nel luogo stesso dove oggi sorge la chiesa di Sion, a porte chiuse entrò tra i discepoli, allorquando uno di loro, Tommaso, non era presente: essendo poi tornato con gli altri apostoli che hli raccontavano di aver visto il Signore, egli disse: Non credo se non avrò visto. Fatta questa lettura, si dice un’altra preghiera, si benedicono i catecumeni e poi i fedeli, quindi si ritorna a casa più tardi, circa la seconda ora della notte.
L’ottava di Pasqua
40.1 All’ottava di Pasqua, che è domenica, subito dopo l’ora sesta tutto il popolo con il vescovo sale all’Eleona; dapprima si ferma un poco nella chiesa che sorge là: si dicono inni, antifone adatte al giorno e al luogo; poi si riprende ad andare, con inni, su fino all’Imbomon anche qui si fa come si era fatto là. Quando poi viene l’ora, tutto il popolo e tutti gli apotattiti, con inni, scortano il vescovo fino all’Anastasis: vi si arriva nell’ora in cui di solito è celebrato il lucernare.
2. Si fa dunque il lucernare tanto all’Anastasis che alla Croce e poi tutti quanti, senza eccezioni, accompagnano il vescovo fino a Sion con inni. Giunti là, si dicono allo stesso modo inni appropriati al luogo e al giorno e si legge nuovamente il brano del Vangelo in cui si racconta che otto giorni dopo la Pasqua il Signore entrò dove erano i discepoli e rimproverò Tommaso di non aver creduto. Si legge in quell’occasione l’intero passo; dopo di che si fa una preghiera, si benedicono secondo il solito sia i catecumeni che i fedeli e, come la domenica di Pasqua, ciascuno torna a casa alla seconda ora della notte.
Il racconto della “Grande Settimana”, che la pellegrina Egeria fa nel suo Itinerarium, è una testimonianza unica che descrive la liturgia stazionale di Gerusalemme. Egeria narra le celebrazioni nei luoghi reali degli eventi, il Monte degli Ulivi, il Cenacolo e il Golgota, unendo preghiera, letture e spostamenti fisici che strutturano ancora oggi il cuore della Settimana Santa cattolica. Il diario di Egeria è fondamentale per comprendere come le tradizioni liturgiche moderne, in particolare a Gerusalemme, riflettano in gran parte la struttura devozionale del IV secolo, centrata sul rivivere i misteri di Cristo nei luoghi dove sono avvenuti.
Diac. Dott. Sebastiano Mangano
già Cultore di Letteratura Cristiana Antica nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania







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