Teodoro nacque ad Antiochia di Siria nel 350 circa. Fu condiscepolo di Giovanni Crisostomo che lo indusse a convertirsi e ad entrare in un monastero e lo confortò, in una sua grave crisi spirituale, con una splendida lettera (Ad Teodorum lapsum: PG 47, 277-316).
Per dieci anni frequentò la scuola di Antiochia, diretta allora da Diodoro, poi vescovo di Tarso (330 circa – ante 394) in Cilicia nel 378, assorbendone largamente lo spirito. Ordinato sacerdote nel 383, intraprese la sua carriera oratoria e soprattutto esegetica e polemica. Fra il il 386 e il 392 fu probabilmente a Tarso, donde venne chiamato alla sede episcopale di Mopsuestia, nella stessa Cilicia (oggi città di Misis in Turchia nel Distretto di Adana). Fu un pastore zelante e scrittore infaticabile, largamente conosciuto e ammirato. Nel 392 partecipò alla Conferenza di Anazarbo tra ortodossi e macedoniani, al Concilio di Costantinopoli del 394 che decise la controversia tra Agapio e Bagadio per la sede di Bostra: ospitò tra il 418 e il 422 Giuliano d’Eclano e gli altri vescovi pelagiani espulsi dall’Italia da papa Zosimo, e prima di morire nel 428 ebbe forse colloqui con Nestorio, promosso allora alla sede episcopale di Costantinopoli. Il numero delle opere, quale risulta dal Catalogo di Ebediesu del 1318, dalla Cronaca anonima di Seert (PO 5, 289-291), dalle catene esegetiche e dalle citazioni di molti scrittori prima e dopo il Concilio di Costantinopoli del 533 (Ecumenico V), pongono Teodoro fra gli scrittori più fecondi dell’antica letteratura cristiana.
Ma di lui ci restano poche opere intere e dei frammenti. Interi sono il commento ai Dodici Profeti minori, ai Salmi, a Giovanni, alle lettere minori di Paolo; delle opere teologiche restano solo le Catechesi e gran parte dell’opera Lo Spirito Santo (PO 6,637-677) contro i macedoniani. Le catene esegetiche conservano molti frammenti, ma non sempre autentici, raccolti dal professore tedesco di filologia classica Franz Volkmar Fritzsche (1806 -1887) e trascritti in PG 66; numerosi testi sono riportati ancora dalla letteratura polemica riguardante Teodoro, specialmente dall’antipelagiano Marius Mercator (390 ca. – 451 ca.) (E. Schwartz, Acta Conc. Oec. I,5, Berlino 1914, pp. 23-28; PL 48, 1041-1046), Leonzio di Bisanzio (PG 86,1385-1390), dal V Concilio di Costantinopoli con il Constitutum di papa Vigilio (Mansi, IX, 157-858), dalla Collectio Palatina e dal diacono Pelagio, poi papa Pelagio II dal 579 al 590 e soprattutto il vescovo Fecondo di Ermiane, questi due ultimi due favorevoli a Teodoro.

La Chiesa orientale vide presto in Teodoro l’esegeta per eccellenza, ma la sua dottrina teologica fu oggetto di molte discussioni nel corso dei secoli. La tradizione antica, di cui si fecero portavoce Cirillo d’Alessandria, quindi Leonzio di Bisanzio ed infine il V Concilio ecumenico di Costantinopoli (553), che condannò postumo un florilegio di proposizioni del vescovo di Mopsuestia, additava in lui il padre effettivo dell’eresia nestoriana, il teorico della dottrina delle due persone, la divina e l’umana, legate da una semplice unione morale in Cristo, nonostante in vita fosse considerato ortodosso.
Alcuni studiosi come i francesi Marcel Richard, Robert Devreesse (Essai sur Théodore de Mopsueste edito da Biblioteca Apostolica Vaticana, 1967) e Louis Pirot, (L'Œuvre exégétique de Théodore de Mopsueste, Rome, Institut Biblique, 1913), tendono a scagionare Teodoro da queste accuse, sostenendo che i testi condannati sono stati falsificati e che sulla base dei testi autentici si può parlare tutt’al più di uso improprio di termini. Le stesse manipolazioni, secondo questi studiosi, avrebbero subito anche i testi condannati, relativi alla dottrina del peccato originale, da cui risulta che Teodoro nega il carattere ereditario del peccato commesso da Adamo ed Eva, facendone colpa esclusivamente personale e spiegando l’attuale condizione umana come voluta da Dio fin dal principio, così come hanno valore soltanto pedagogico le pene dell’inferno, destinate a cessare.

Fra le opere di Teodoro di Mopsuestia in gran parte perdute a causa della sua condanna da parte del V Concilio di Costantinopoli del 553, le più importanti sono quelle esegetiche, nelle quali appare nella sua forma più rigorosa il senso critico della scuola antiochena, che troviamo in PG 66. Ci rimangono completi o quasi, nell’originale o in traduzioni, i commenti ai Salmi, ai 12 Profeti minori, all’Ecclesiaste, al Vangelo di Giovanni, alle Epistole minori di Paolo di Tarso e numerosi frammenti di altre opere. Degli scritti dogmatici, pure numerosi, abbiamo in versione siriaca la Disputa con i Macedoniani e i Discorsi Catechetici; il manoscritto siriaco del trattato Sull’incarnazione, scoperto nel 1905, che andò distrutto durante la prima guerra mondiale.
La ricerca patristica moderna, che ha smesso di guardare a Teodoro esclusivamente attraverso la lente delle controversie cristologiche, oggi lo riconosce come uno dei più grandi esegeti della chiesa antica, capace di applicare un metodo storico-letterale rigoroso, anticipando in certi aspetti la moderna esegesi critica, ed è anche certo comunque che la sua dottrina cristologica, se non può esprimersi nella terminologia precisa che solo in seguito venne elaborata, è però ortodossa quanto all'essenziale.

Nel Commentario al Vangelo di Giovanni, l’esegeta antiocheno, esplora profondamente i temi del IV Vangelo, inclusi i segni, la divinità di Gesù e il ruolo dello Spirito Santo, e inoltre sottolinea che <<il Battesimo è figura… e pegno della nostra risurrezione>>:
<<Il fondamento della condizione in cui ci troviamo nella vita presente è Adamo; quello della nostra vita futura è Cristo, nostro Signore. Come infatti Adamo fu il primo uomo mortale - e in seguito tutti lo furono a causa di lui - così Cristo fu il primo a risorgere dopo la morte, comunicando il principio della risurrezione a quelli che sarebbero venuti dopo di lui. Noi entriamo in questa vita visibile con una nascita corporale, e per questo siamo tutti corruttibili. Ma per giungere alla vita futura, saremo trasformati mediante la potenza dello Spirito, e perciò risorgeremo incorruttibili. E siccome questo si realizzerà soltanto allora, Cristo nostro Signore ha voluto fin da adesso farci entrare nella vita eterna in maniera simbolica, donandoci col battesimo la possibilità di rinascere in lui. Questa nascita secondo lo spirito è la figura attuale della risurrezione, o rigenerazione, che si compirà in noi nel futuro, quando cioè passeremo nell'altra vita: per questo anche il battesimo si chiama rigenerazione.
L'apostolo lo spiega benissimo: <<Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Siamo stati sepolti insieme con lui con il battesimo nella morte, affinché come Cristo fu risuscitato dai morti dalla gloria del Padre, così anche noi conducessimo una vita nuova. Se infatti con una morte simile alla sua siamo divenuti un solo essere con lui, dovremo anche esserlo con una risurrezione simile alla sua>> (Rom. 6, 3-5). San Paolo ci mostra così chiaramente che la nascita mediante il battesimo è figura della risurrezione dopo la morte. Questa infatti avverrà per la potenza dello Spirito, come dice la Scrittura: Si semina nella corruzione, si risorge nell'incorruttibilità; si semina nel disprezzo, si risorge nella gloria; si semina nella debolezza, si risorge nella potenza; si semina un corpo naturale, risorge un corpo spirituale (1 Cor. 15,42-44).
E questo significa che come quaggiù il nostro corpo, mentre l'anima è presente, gode della vita visibile, così allora riceverà la vita eterna incorruttibile per la potenza dello Spirito. Allo stesso modo, nella nascita che ci è data col battesimo e che è figura della risurrezione, noi riceviamo la grazia in virtù del medesimo Spirito, una grazia però limitata e concessa come pegno. La riceveremo in pienezza solo quando risorgeremo realmente, quando l'incorruttibilità ci sarà comunicata di fatto. Perciò l'apostolo, quando parla della vita futura, intende rassicurare i suoi ascoltatori con queste parole: <<Non soltanto la creazione, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, noi pure interiormente gemiamo nell'attesa della redenzione del nostro corpo>> (Rom. 8,23). Perché, se fin d'ora abbiamo ricevuto le primizie della grazia, possiamo sperare di ottenerla in pienezza quando ci sarà data la felicità della risurrezione>> (Commentarius in Evangelium Johannis Apostoli, II - CSCO 116 - pp. 55-56).

Le opere teologiche di Teodoro, in particolare i suoi commenti biblici, furono di grande importanza nella Chiesa orientale e furono tradotti in siriaco a Edessa e in seguito ebbero un carattere canonico nella scuola teologica di Nisibi, fondata dal diacono Efrem Siro (306 -373), dove furono tenuti in grande considerazione. Il vescovo di Mopsuestia fu citato anche da autori cristiano orientali a lui posteriori di molti secoli, come Abdisho III, vescovo di Nisibi (1250 circa - 1318), che redasse l'elenco completo dei suoi scritti tradotti in siriaco (Assemani, Bibl. Or. III, 30 ss.). Una liturgia siriaca attribuita a "Mar Teodoro il traduttore" (beatus interpres) è ancora usata dai cristiani assiri per un terzo dell'anno, dall'Avvento alla Domenica delle Palme.
Diac. Dott. Sebastiano Mangano
già Cultore di Letteratura Cristiana Antica
nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania
Didascalie foto:
Copertina:
L’arcivescovo di Catania mons. Luigi Renna amministra il Battesimo la Notte di Pasqua.
1) San Teodoro
2/3/4) Il ponte romano sul fiume Ceyhan a Mopsuestia





















