
Alla serata del 26 luglio, al Giardino di Scidà, lo spettacolo non sta all'inizio e non sta alla fine. Sta nel mezzo. Prima, sulla strada, allo spettatore vengono consegnate delle cuffie e gli si chiede di attraversare in silenzio una casa. Dopo, tornato all'aperto, gli si chiede di soppesare una piccola scatola e di dare un nome a ciò che ha attraversato. Fra questi due gesti va in scena Ave Maria, prima nazionale. Chi guarda non assiste soltanto a uno spettacolo: compie un rito, e nel cuore di quel rito ne vede rappresentato, sulla scena, l'esatto contrario.
Quella casa non è un teatro. L'appartamento con il suo giardino, in via Randazzo 27 nel quartiere Borgo, faceva parte del patrimonio illecito di Nitto Santapaola, capomafia di Catania: intestato in modo fittizio a un prestanome, denaro sporco trasformato in mattone. È lo stesso Santapaola condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio di Giuseppe Fava, il giornalista fondatore de I Siciliani, ucciso il 5 gennaio 1984. Confiscato e affidato dal Comune, quel bene è oggi gestito da I Siciliani Giovani — l'associazione e il giornale che da trent'anni continuano il lavoro di Fava — con l'Arci, il Gapa, la Fondazione Giuseppe Fava. Porta il nome di Giambattista «Titta» Scidà, presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, che leggeva la devianza dei ragazzi come sintomo di povertà, abbandono e mafia. Il denaro di chi ordinò quella morte, diventato muri, è tornato a chi quella morte non ha mai smesso di raccontare.
Via Randazzo è uno dei 1789 beni sottratti a Cosa Nostra a Catania. In quella cifra c'è un'eco che Claude Lefort ci aiuta a sentire: 1789 è l'anno in cui, in Europa, il potere perde il proprio corpo. Fino ad allora il potere era incarnato nel corpo del re; con la rivoluzione democratica si disincarna e diventa quello che Lefort chiama un luogo vuoto — un posto che si può occupare a tempo, mai possedere per sempre, sempre contestabile. La mafia fa l'esatto contrario: quel posto lo riempie, lo attacca a un corpo, a una famiglia, a un nome, e lo dichiara intoccabile. Confiscare quelle stanze ha voluto dire svuotarle di nuovo; affidarle a chi vi porta inchiesta e parola pubblica ha voluto dire riaprirle. Prima ancora di ospitare un rito, il Giardino ha già compiuto quel movimento: da luogo pieno e consacrato dal potere a luogo vuoto e comune.
Il primo tempo del rito chiede allo spettatore di rifare quel passaggio con il corpo. È un rito di passaggio nella forma che Arnold Van Gennep descriveva in tre momenti — separazione, margine, aggregazione. Con le cuffie e una guida muta in camice bianco lo spettatore si separa dalla propria condizione ordinaria ed entra nell'interno segnato dal potere; la voce registrata gli fa sentire il peso del corpo su una gamba, la temperatura, la soglia, la storia depositata nelle pareti; l'oscurità e lo stretto lo spogliano dei ruoli con cui è arrivato, in quella sospensione che Victor Turner chiama liminalità. Poi la riemersione nel giardino, e per una sera una piccola comunità di pari: la communitas di Turner, il legame orizzontale tra persone che hanno attraversato insieme la stessa soglia — quella che la voce, nel copione, chiama «una laica sacralità che ci unisce». Qui il primo tempo si chiude. Un farmacista consegna a ciascuno una scatola: «Tieni, ti affido questo farmaco. Abbine cura almeno per il tempo in cui rimarrai qui». Dentro, un bugiardino e una bustina di terra del Giardino.
Il farmaco spiega il titolo dell'edizione. RiCostituente è, prima di tutto, un ricostituente: un tonico per una democrazia affaticata, in cui gli articoli della Costituzione sono i principi attivi, le Stazioni sono farmacie civiche, la scatola è il preparato da custodire a lento rilascio. Non si dice allo spettatore chi è diventato, né cosa deve provare: gli si mette in mano un peso. Il significato resta aperto. E la scatola, con la sua terra, lo accompagnerà dentro lo spettacolo.
Perché è nello spettacolo — il tempo di mezzo — che il rito mostra il proprio rovescio. La liminalità, insegna Turner, è anche il luogo in cui una società si fa vedere il proprio mondo alla rovescia; e Ave Maria porta sulla scena, dentro quel giardino, un secondo rito, contrario a quello appena cominciato. Maria Incudine, moglie di un affiliato, dopo l'arresto del marito prende il comando della cosca e arriva a ordinare un omicidio. Modica ne ascolta la lingua: i ragazzi reclutati diventano figli, la cosca diventa Sacra Famiglia, l'obbedienza diventa devozione, il latino della liturgia benedice decisioni di sangue. Maria non comanda soltanto: consacra. Nomina, adotta, assolve, benedice, e con ogni parola riempie il posto del potere di un corpo sacro — quello della madre — e rende il vincolo intoccabile. È il sacred bind, il vincolo sacro: la porta non viene sbarrata, viene resa empia. Uscire non è impossibile; è peccato contro la madre, la famiglia, un ordine spacciato per superiore. Lo spettatore, che stringe in mano la scatola con la terra del giardino, guarda in scena l'operazione contraria a quella che sta compiendo: dove il suo rito svuota e apre, il rito di Maria riempie e cattura.
Al termine dello spettacolo si compie il secondo tempo, l'atto istituente. Così è avvenuto l'11 luglio: tornati insieme, gli spettatori soppesano la scatola, ne avvertono la densità — la terra del Giardino, il peso materiale della storia di quel luogo — e riconoscono il Giardino di Scidà come Istituzione Simbolica, Poetica e Affettiva. Qui il secondo significato del titolo si accende: RiCostituente non è più solo il ricostituente, è la Ri-Costituente, l'assemblea che rifonda un patto. È un atto istituente nel senso di Cornelius Castoriadis: la società non trova le proprie istituzioni già date, se le crea, e diventa autonoma quando riconosce di esserne l'autrice. I cittadini non scoprono un fatto sacro preesistente; istituiscono, sapendo di istituire, e per questo restano liberi di disfare domani ciò che riconoscono stasera — un riconoscimento che nomina senza consacrare, che affida un peso invece di pronunciare un verdetto, e lascia a ciascuno la libertà di attribuire alla scatola il proprio senso.
C'è un terzo cerchio, e passa dalla biografia di chi ha scritto lo spettacolo. La Geotrans, colosso catanese dei trasporti su gomma, faceva parte del patrimonio della stessa famiglia Santapaola-Ercolano: sequestrata nel 2014, confiscata nel 2019, rischiava il fallimento che gli stessi Ercolano volevano. Come amministratore giudiziario, Luciano Modica ha impedito quel fallimento e ha reso possibile la trasformazione dell'azienda in una cooperativa dei suoi lavoratori, gli stessi che prima dipendevano dagli Ercolano. Ne è stato presidente soltanto per una breve transizione, a titolo gratuito, prima di lasciarla nelle loro mani. Sulle fiancate dei camion, oggi, si legge: «La legalità viaggia con le aziende confiscate». L'uomo che sulla scena dà voce al potere che si fa sacro è lo stesso che, da amministratore, ha aiutato quel potere a essere disfatto dentro un'impresa e restituito a chi ci lavorava. Il bene, l'azienda, lo spettacolo: lo stesso movimento, tre volte.
È su questo movimento che la quinta edizione di D.e-Mo pone la sua domanda. D.e-Mo — Democracy and Electronic Movement è il programma permanente con cui Retablo ETS, laboratorio di ricerca attraverso le arti performative, prova a trasformare un pubblico temporaneo in assemblea. Intitolata RiCostituente nell'anno degli ottant'anni della Repubblica, l'edizione parte da una constatazione semplice: quando le istituzioni e la rappresentanza vengono vissute come qualcosa che «non mi riguarda», la democrazia resta nei palazzi e smette di essere un'esperienza condivisa. E allora cerca, in luoghi e comunità come il Giardino di Scidà, i ricostituenti di una democrazia affaticata — le realtà che, senza investitura ufficiale, hanno tenuto viva una promessa là dove le istituzioni l'avevano disattesa. La domanda che regge tutto è se un'assemblea teatrale, temporanea e volontaria, possa riconoscere quei luoghi come portatori di comune appartenenza senza appropriarsene, lasciando a ciascuno la libertà di dire la propria. Il 26 luglio la soglia si riapre. Si attraversa l'interno pieno e consacrato, si riemerge nel giardino comune, si riceve il farmaco con la sua terra; poi lo spettacolo; poi, soppesata la scatola, il riconoscimento. Nessuno dirà cosa farne. È esattamente lì che la cosa comincia.
Scheda
Ave Maria - prima nazionale, nuova produzione Retablo ETS
Sabato 26 luglio 2026, ore 20:30
Giardino di Scidà, via Randazzo 27, Borgo Sanzio, Catania
Testo di Luciano Modica · Regia di Federico Magnano San Lio e Turi Zinna · Con Lydia Giordano
La serata, in tre tempi: Rito della Soglia in cuffia e consegna del farmaco RiCostituente; spettacolo; rito istituente e riconoscimento del Giardino.
Informazioni e prenotazioni: https://shorturl.at/vWpH0
D.e-Mo 2026 | RiCostituente — Integratore poetico per democrazie affaticate. Quinta edizione di D.e-Mo — Democracy and Electronic Movement.
L'iniziativa è promossa dal Comune di Catania nell'ambito del progetto "Palcoscenico Catania. La bellezza senza confini 2026" e finanziata a valere sul Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura.
Nella foto di Elena Russo, Lydia Giordano.














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