
Venerdì 21 agosto, alle ore 21.30, a Tusa (Messina), nell’area archeologica Halaesa Arconidea, l’associazione culturale Rebetiko Produzioni Ets, come terzo appuntamento del progetto teatrale “Uno. Nessuno. Centomila INVISIBILI”, nell’ambito dei Progetti speciali teatro 2026 Ministero della Cultura, proporrà il lavoro di teatro danza “Per visibilia ad invisibilia”, regia e coreografia di Aurelio Gatti, musiche originali di Marco Schiavoni, voce narrante Sebastiano Tringali.
Protagonisti della pièce, prodotta da MDA Produzioni Danza e Obliquo, quattro danzatori (Carlotta Bruni, Paola Saribas, Lorenzo Della Rocca, Martina Guglielmino) e la cantante Chiara Meschini.
Lo spettacolo rientra nel programma del progetto culturale “Teatri di Pietra in Sicilia”, la rete di spettacolo dal vivo che si svolge dal 16 luglio al 5 settembre con più di 80 appuntamenti in oltre 20 siti di straordinario valore storico, archeologico e monumentale.
A parlare dei contenuti del lavoro di teatro danza è il maestro Aurelio Gatti.
“La performance - racconta il regista e coreografo Aurelio Gatti - nasce da quella domanda urgente e universale: “Mi stai ascoltando, o mi stai solo guardando?” Una creazione originale che, nel linguaggio del corpo, del gesto, del ritmo, cerca un’altra forma di visione: più intima, più vera, più umana. Una visione che non passa dagli occhi, ma dall’essere presenti. È un invito a rallentare, a sentire, a tornare alla relazione. A riscoprire la forza dell’invisibile che ci sostiene”.
“Ma cosa significa davvero “essere visti”? - aggiunge Gatti - Non è questione di esposizione, ma di riconoscimento reciproco. Di poter dire “io sono qui” e trovare una risposta. Di sentire che si ha diritto di parola, di attenzione e soprattutto di spazio. È un bisogno profondo, umano, strutturale. Ed è anche un segnale politico: una società che non sa vedere i suoi membri più fragili è una società che si sta ammalando. Reimparare a vedere davvero significa tornare alla relazione. Significa educare lo sguardo all’empatia, alla cura, all’ascolto".
"Nell’era della sovraesposizione digitale, - conclude Gatti - ciò che manca non è la visibilità, ma la presenza. Non è l’apparire che ci manca, ma lo sguardo autentico dell’altro: un “ti vedo” che sia incontro reale, attenzione piena, ascolto profondo. E questo vale ovunque, nelle relazioni intime, nel lavoro, nei quartieri, nelle comunità online. In tutti questi luoghi, sempre più persone si sentono marginali, trasparenti, ignorate. L’invisibilità non riguarda solo i margini. Riguarda chiunque, pur immerso nella rete sociale, si scopre improvvisamente trasparente: il giovane inascoltato, l’anziano dimenticato, il lavoratore che scompare nei turni, il cittadino ridotto a un numero. In una società che premia la performance più dell’essere, il riconoscimento diventa fragile, volatile. Si può avere un milione di like e nessuno che ti veda davvero”.
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Sotto: Locandina ed Aurelio Gatti.






















