
In occasione della messa in scena, il 21 agosto 2026, nell’area archeologica Halaesa Arconidea di Tusa (Messina) dello spettacolo "Per visibila ad Invisibilia", regia e coreografia di Aurelio Gatti (musiche originali di Marco Schiavoni, voce narrante Sebastiano Tringali), suggestivo incontro e dialogo artistico sulla genesi dello spettacolo di teatro danza tra il maestro Aurelio Gatti e Paolo Toti Guagenti, presidente di Rebetiko Produzioni Ets ideatore del progetto "Uno. Nessuno Centomila InVisibili" nell'ambito dei Progetti speciali Teatro 2026 del Ministero della Cultura.
L'interessante chiacchierata con il noto coreografo e regista Aurelio Gatti, che ha collaborato con grandi artisti del teatro, della danza, del cinema e da oltre vent’anni direttore artistico della rete dei Teatri di Pietra - uno dei più importanti e sfaccettati progetti di valorizzazione dei teatri antichi - ha consentito di poter svelare genesi e gestazione della messa in scena di “Per visibilia ad Invisibilia” oltre che parlare del suo metodo e definire anche la sua identità e la sua estetica artistica.
"La genesi dello spettacolo - racconta Gatti - è contenuta, in qualche modo, già nel titolo: Per visibilia ad invisibilia, dalle cose visibili alle cose invisibili. Ma ho voluto aggiungere quasi subito: “oppure l’inverso”. Perché il teatro vive esattamente in questa reciprocità. Parte da qualcosa di assolutamente concreto – un corpo, un respiro, una voce, uno spazio – e attraverso questi elementi rende percepibile ciò che corpo non ha: un pensiero, una memoria, un’assenza, un desiderio, una relazione. Il lavoro è nato proprio da questa riflessione e da un paradosso del nostro tempo. Non siamo mai stati così visibili e, nello stesso tempo, non ci siamo mai sentiti così invisibili. Produciamo continuamente immagini di noi stessi, siamo esposti, osservati, connessi; eppure tutto questo non necessariamente genera riconoscimento.
Da qui è nata una domanda molto semplice: essere guardati significa davvero essere visti? La gestazione dello spettacolo è avvenuta attorno a questa domanda, attraverso il corpo, il gesto, la voce, la musica e soprattutto attraverso la relazione fra gli interpreti. Non volevo costruire una narrazione didascalica sull’invisibilità, ma creare delle condizioni nelle quali lo spettatore potesse farne esperienza. Perché l’invisibile, in fondo, non è ciò che non esiste. È spesso ciò che esiste più profondamente e che abbiamo smesso di percepire".
Ha trovato affini alla sua poetica e alla sua visione artistica le suggestioni del progetto Uno. Nessuno. Centomila INVISIBILI proposto da Rebetiko Produzioni?
"Ho trovato nel progetto una prossimità molto forte con alcune questioni che attraversano da tempo il mio lavoro. A cominciare dal rapporto fra identità e sguardo dell’altro. Uno, nessuno, centomila ci riporta inevitabilmente a Pirandello, ma è una questione sorprendentemente contemporanea: chi siamo rispetto all’immagine che produciamo di noi stessi? Chi siamo nello sguardo degli altri? E soprattutto: cosa accade quando quello sguardo viene meno?
Il tema degli “invisibili” mi interessa proprio perché non vorrei limitarlo a una categoria sociale. Naturalmente esistono invisibilità drammatiche e concrete: quella dell’emarginato, dell’anziano dimenticato, del giovane che non trova ascolto, del lavoratore ridotto alla propria funzione. Ma esiste anche un’invisibilità più sottile che attraversa la società nel suo insieme. Possiamo essere perfettamente integrati, continuamente connessi e, tuttavia, sentirci non riconosciuti.
Credo che il progetto di Rebetiko incontri una questione centrale della scena e, più in generale, della nostra contemporaneità: il bisogno di essere riconosciuti dall’altro. Non semplicemente guardati, ma riconosciuti. E il teatro è forse uno degli ultimi luoghi nei quali questo può ancora accadere attraverso una presenza reale: qualcuno è lì, davanti a qualcun altro, nello stesso tempo e nello stesso spazio".
Qual è il messaggio principale che vorrebbe arrivasse allo spettatore?
"Più che consegnare un messaggio vorrei lasciare una domanda: “Mi stai ascoltando, o mi stai solo guardando?”. Mi sembra una domanda apparentemente semplice, ma contiene qualcosa di decisivo.
Viviamo in una società nella quale la visibilità è diventata quasi una misura dell’esistenza: essere visibili significa esserci. Ma la visibilità non coincide necessariamente con la presenza e ancora meno con la relazione.
Essere visti significa trovare qualcuno capace di riconoscere la nostra presenza, di concederci attenzione, tempo, ascolto. Significa poter dire “io sono qui” e ricevere, dall’altra parte, una risposta.
Vorrei allora che lo spettatore uscisse dallo spettacolo con una percezione più acuta di ciò che normalmente non vediamo: il corpo dell’altro, la sua fragilità, il silenzio, l’attesa, lo spazio che separa e contemporaneamente unisce due persone.
Forse dobbiamo tornare a educare lo sguardo. E per farlo dobbiamo paradossalmente imparare anche a vedere meno e sentire di più. Non credo che il teatro debba dare risposte. Credo debba creare le condizioni perché alcune domande tornino a essere necessarie".
Come definisce Aurelio Gatti la sua identità e la sua estetica artistica?
"È sempre difficile definire la propria estetica, perché nel momento in cui la definisci rischi anche di trasformarla in una formula. Se dovessi, però, individuare una costante del mio lavoro, direi che mi interessa la scena come luogo di relazione. La danza, il teatro, la musica, la parola non sono per me territori separati. Cerco da tempo una sorta di koinè dei linguaggi della scena, una lingua comune nella quale ciascun elemento conservi la propria specificità ma rinunci alla propria autosufficienza.
Al centro rimane il corpo. Non soltanto perché vengo dalla danza, ma perché considero il corpo il nostro primo strumento di conoscenza. Prima della parola conosciamo attraverso il corpo: attraverso il contatto, la distanza, il ritmo, il peso, il respiro.
E poi c’è lo spazio. Per me non è mai un contenitore neutro. Lavorare in un teatro contemporaneo, in un paesaggio o in un luogo archeologico significa entrare in relazione con memorie differenti. Lo spazio guarda l'interprete tanto quanto l'interprete guarda lo spazio.
Probabilmente la mia ricerca nasce dall'incontro di queste tre dimensioni: corpo, spazio e relazione.
E c'è un'altra parola che considero importante: comunità. Il teatro nasce quando qualcuno compie un gesto e qualcun altro decide di dedicargli attenzione. In quel momento si crea una piccola comunità temporanea. Forse è proprio questo che continuo a cercare attraverso il mio lavoro: non una forma da mostrare, ma una condizione da condividere. E “Per visibilia ad invisibilia” appartiene profondamente a questa ricerca: partire da ciò che possiamo vedere per provare a riconoscere ciò che ci tiene insieme e che, molto spesso, rimane invisibile".
Lo spettacolo
"Per visibilia ad Invisibilia"
Opera di teatro danza.
21 Agosto Area archeologica Halaesa Arconidea, Tusa (ME)
Regia e coreografia Aurelio Gatti
Musiche Marco Schiavoni
Voce Narrante Sebastiano Tringali
Con Carlotta Bruni, Lorenzo della Rocca, Martina Guglielmino, Paola Saribas, Chiara Meschini.
Produzione Mda Produzioni Danza/Obliquo
Nell'ambito del progetto teatrale
“Uno. Nessuno. Centomila INVISIBILI”
Ideato da REBETIKO PRODUZIONI ETS
Progetti speciali teatro 2026 Ministero della Cultura
Direttore artistico Paolo Toti Guagenti
Organizzazione Chiaraluce Fiorito
Comunicazione Maurizio Sesto Giordano
Comune di Tusa - Ministero della Cultura
Chi è Aurelio Gatti
Aurelio Gatti, coreografo e regista. Formazione: danza classica, mimo corporeo, teatro orientale, coreografia, Commedia dell’Arte, recitazione e T’ai Chi Chuan. Maestri: Kiro Uehara, Hal Yamanouchi, Ferruccio Soleri, Étienne Decroux, Diana Dei, Grant Muradoff.
In qualità di interprete ha collaborato con grandi artisti del teatro, della danza, del cinema: Léonide Massine, Giancarlo Vantaggio, Alessandro Vigo, Antonello Riva, Mauro Bolognini, Giuliano Montaldo, Luigi Tani, Giacomo Battiato, Federico Fellini, Tato Russo, Antonio Calenda, Egisto Marcucci.
È Direttore di MDA Produzioni Danza, ricercatore e consulente per diverse testate editoriali sui beni culturali, impresa culturale e studi socio-culturali.
Da oltre vent’anni direttore artistico della rete dei Teatri di Pietra, uno dei più importanti e sfaccettati progetti di valorizzazione dei teatri antichi, rete che coinvolge oltre venti teatri antichi in sei regioni per un progetto di valorizzazione dei grandi teatri antichi attraverso lo spettacolo dal vivo. E’ inoltre responsabile di “Contemporaneo Sensibile” rete per i nuovi linguaggi della scena.
Nella foto sopra il coreografo e regista Aurelio Gatti ed il presidente di Rebetiko Produzioni Ets Paolo Toti Guagenti; sotto da sinistra, a Tusa, Aurelio Gatti, Chiaraluce Fiorito e Paolo Toti Guagenti.






















