Distratti dalle ferie di ferragosto e “distrutti” dal caldo, forse non tutti in questi giorni hanno notato l'ultimo attacco sferrato contro la famiglia, per mezzo della penna del noto scrittore e giornalista antimafia Roberto Saviano, il quale dalle colonne del “Corriere della Sera”, commentando l'arresto della boss mafiosa Licciardi M., aveva affermato: “Se non esistesse il concetto di famiglia non esisterebbero le organizzazioni criminali”. Aggiungendo che la fine delle mafie è legata al tramonto della famiglia, che dovrebbe essere sostituita da “nuove forme di organizzazione sociale”, “nuovi patti d'affetto” (come quelli delle unioni gay?), “nuove dinamiche in cui crescere la vita” (come quelle dell'utero in affitto?). Non so se a Saviano potrebbero interessare le pagine della Genesi 1,27-28 in cui si parla del piano di Dio sul matrimonio e la famiglia. Ma potremmo ricordargli che per Aristotele la famiglia è il fondamento della società. Oppure potremmo invitarlo a consultare molti noti antropologi ed etnologi che hanno dimostrato che la famiglia è la prima e più antica forma di vita sociale. In altri termini, la famiglia è un fatto naturale, anche se lungo il corso della Storia avrà potuto assumere forme diverse. Può darsi, però, che Saviano abbia come punto di riferimento Marx ed Engels, che sostenevano che la famiglia fosse un'invenzione borghese per salvaguardare la proprietà e che il dato iniziale fosse “l'orda” e il libero accoppiamento: tesi poi dimostratasi insostenibile e superata dalle ricerche di antropologia culturale. E' vero che la mafia si fa forte dell'idea di famiglia, che assicura e consolida vincoli e legami. Ma in verità, la mafia ha un concetto deformato di “famiglia”, si tratta piuttosto di “familismo” che difende fino all'estremo gli interessi (quasi sempre illeciti) dei propri membri, fino ad escludere tutte le altre persone. Come quando la mafia sbandiera il valore “dell'onore”, anche questo deformato al punto che per mantenerlo non si esita a vendicare la morte del padre, del fratello o di altri della “famiglia”. Oppure quando si parla del senso del “rispetto” nei confronti del boss o degli altri capi. O ancora del concetto di “protezione”, che lega e sottomette al boss in modo assoluto chi si rivolge a lui per chiedere aiuto. Tutti valori capovolti, stravolti e finalizzati a compiere il male, sotto qualunque forma, pur di salvare e accrescere denaro e potere. Se diamo un rapido sguardo al magistero sociale della Chiesa si può notare che la famiglia è la prima società naturale ed è al centro della vita sociale. Giovanni Paolo II aveva osservato che la famiglia è il primo luogo in cui ogni membro è educato e fa esperienza della socialità umana, sperimenta l’autentico rispetto per gli altri, il senso di solidarietà e il valore del sacrificio per il bene di tutti. In questo modo la famiglia diventa come il prototipo di ogni ordinamento sociale, aperto a relazioni virtuose e garanzia contro ogni tipo di individualismo. Pertanto la famiglia è la prima e vitale cellula della società. E papa Francesco, in “Amoris laetitia”, ribadisce questa linea. E allora, più che aspettare la disintegrazione della famiglia, nella vana illusione di debellare così la mafia, che si richiama a questa istituzione, non sarebbe meglio impegnarsi a potenziare la famiglia affinché diventi il luogo in cui le giovani generazioni vengano educate ai valori morali che fanno buona e bella la vita di una comunità politica? Don Piero Sapienza


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